Wrong Impression.

SE VUOI UNA COSA FATTA BENE FATTELA DA SOLO

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Un minuto.

Giro la chiave, abbasso il freno a mano. Parto. All’ultimo accendo le luci, me ne dimentico sempre. La pioggia che cade, l’asfalto che luccica, i semafori verdi. Vado avanti, la testa altrove. 
Dov’è Sammy?, mi domando accelerando e ingranando la quinta. Sull strada solo io e le ombre che da un paio di giorni m’inseguono furtive. Le acchiappo con la coda dell’occhio e sono sicuro che non sono fantasie della mia mente oramai satura di droga e ricordi. Domande.
Prima curva, slitto. Un minuto. Il cuore che salta. Un minuto. I piedi che tremano. Un minuto. Il respiro mozzato. Un minuto. Il primo schianto sul guard-rail. La macchina rimbalza sul metallo, indietreggia e sbatte contro la prima auto. Un minuto.
Penso a Sammy e all’ultima volta in cui l’ho visto. Mi sembrava sorridente, stranamente. Un minuto. L’auto che mi tampona esegue un testacoda velocissimo e va ad infilarsi tra due alberi, la mia prigione è ancora in movimento. Ho le mani sul volante che gira per conto suo, il freno è un bastoncino di legna umida che si spezza sotto il mio piede. Sorrido allucinato. Un minuto. Sbando nella corsia opposta, la seconda auto è un proiettile che mi trapassa di lato, il mio lato. Un minuto, il più lungo, quello che precederà tutto. Il mio corpo viene scagliato fuori dal cristallo, mi sento leggero, forse troppo. Odo un bombardamento metallico, sento odore di fumo nero e gomma che brucia. Frammenti di vetro nelle braccia, diamanti mal tagliati sulle labbra.
Sammy era da solo, quella notte, e io non sono andato. il pomeriggio l’avevo lasciato sul marciapiede, di fronte alla libreria. In mano una pila di volumi appena comprati, fuori dal sacchetto perché a lui piaceva così. Il mio corpo gettato come un peso morto giù dalla scarpata. Rotolo sulle rocce, mi spezzo le ossa. Sammy mi saluta muovendo le dita sotto il primo [o forse era l’ultimo?] libro della torre. Un ramo mi pugnala il fegato, sento subito caldo e tra i flash vedo le ombre inseguirmi nella caduta. Meno di un minuto. Il sorriso di Sammy. M’incastro tra due rocce, la colonna vertebrale si spezza. La mia testa cade all’indietro e osservo il cielo che versa le mie lacrime. Sammy che mi chiama e io non rispondo. Il cuore non smette di battere. Il dolore è una poesia triste, profonda e lacerante. Sto trattenendo il respiro. Leggo un suo messaggio, in cui mi dice di non sentirsi bene e io lo ignoro. Le rocce si stringono come una pinza sulle mie costole mentre vi scivolo in mezzo. La prima ombra mi penetra in bocca, le altre mi accerchiano. Non chiudo gli occhi perché la notte è così bella.… il sipario di pioggia si apre e le nuvole si ritirano. Non c’è Luna. Non c’è Sammy. Quella notte è svenuto e nella caduta ha sbattuto la testa, spaccandosela. Le ombre vorticano attorno a me. Sammy in un lago di sangue, la torre di libri ancora sul tavolo della cucina. Io non sto morendo. Un’ombra mi avvolge e le altre mi sollevano. Il mio corpo è mortalmente dilaniato. Venti secondi. Il cielo di notte. Quindici secondi. Il silenzio imperfetto. Dieci secondi. L’espiazione. Cinque secondi. La condanna. Un secondo. Sono in piedi, sul bordo della strada. Non passa nessuno e della mia macchina non è rimasto che ferro da compattare. Infilo le mani nelle tasche e mi allontano, senza neanche zoppicare. Ciò che è stato lo raccontano solo i brandelli di vestiti che indosso. Il resto, la mente, l’anima sono disgustosamente integri. Due secondi. Mi chiedo dove sia Sammy ora, se sorride leggendo o è troppo concentrato sulla frase per lasciar scivolare fuori le emozioni. Tre secondi…dietro di me le ombre che vegliano sulla mia condanna.

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me 5 seconds ago:
i'm so happy
me 4 seconds ago:
i'm so sad
me 3 seconds ago:
i want to die
me 2 seconds ago:
i want to live forever
me 1 second ago:
i need drugs

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Rimuginare su ciò che “non c’è” [un controsenso autoimposto] è una totale perdita di tempo ed energie. Soffermiamoci su quel che “ci sarà” e spalancate la porta alla Fantasia. Non costa nulla, se non l’utilizzo corretto di neuroni e particelle magiche. Non dimenticate il “c’è”, poiché occasionalmente si trascura ciò che riempie le nostre giornate. Astenersi dal dire “sì, ma se quel che c’è è tutto negativo?” perché nel momento in cui si formula una tale frase si sottolineano due fattori: la presenza d’intelletto [utile per ragionare e creare] e una stilettata di negatività, concetto che ci riporta al punto iniziale.
Stilate un promemoria di ciò che avete, materiale e non, ammantato nella grazia del piacere.